Ciao Xxxxxa analcolica…
resto sempre sorpreso dalla varietà di argomentazioni
che gli esseri umani sanno trovare su ogni singolo argomento.
Capisco benissimo il tuo punto di vista e sono pienamente d’accordo sul fatto che la maggior parte delle persone sfugga il pensiero della morte in quanto spaventoso.
Mi piace l’idea che ogni racconto scritto sia un racconto di morte.
Non chiedermi cosa voglia dire: secondo me è una bella frase messa lì per fare scena ma che dietro non ha nulla. Tipico delle discipline psicologiche, tolto il solo behaviorismo.
Ciò detto, non sono sostanzialmente d’accordo con te.
La soluzione alla vita è la morte. Il vivere è la soluzione facile in quanto è la più conosciuta. Morire è per pochi, per quelli come me che hanno già visto tutto prima ancora di aprire gli occhi. La vera banalità è rifiutare la banalità dello status quo cioè dell’essere vivo.
La vita non ha meriti speciali per essere vissuta o amata: è l’unica condizione che conosciamo, ci sembra politicamente corretto viverla, ma non è così. Non lo sarà mai. Prova ne è il fatto che il lutto viene sempre elaborato come distanza temporanea, siamo convinti che il defunto non sia tale, ma solo momentaneamente fuori dalla nostra vista… solo per un po’. Chi muore giace, chi vive si dà pace… e buonanotte ai suonatori!
Concludo con un piccolo aneddoto della mia solitaria
infanzia, potrebbe spiegare qualcosa. Una notte, nel mio lettino di bambino non ancora in età scolare, inziai a piangere a dirotto.
Avevo una paura fottuta perché avevo sognato o forse solo
immaginato il funerale di mio nonno paterno. In teoria, io avevo 2 anni quando morì quindi non poteva essere un pensiero concreto e razionale. Forse solo un eco ancestrale.
Casualmente, c’era in camera mia nonna che aveva appena messo a letto mio fratello e si accorse che stavo piangendo. Che io possa ricordare, è stato l’unico momento della mia infanzia nel quale qualcuno abbia preso a cuore i miei stati d’animo. Anyway ricordo benissimo le mie parole. Dissi che piangevo perché avevo paura della morte e raccontai il mio sogno alla nonna (tra l’altro diretta interessata in quanto vedova del nonno defunto)
Non ricordo la sua risposta. So per certo che da quel momento non ho più avuto paura della morte e anzi ho iniziato a cercarla come se fosse un’amica, una persona comprensiva alla quale rivolgersi, un rifugio.
Forse per questo non ho mai imparato a vivere
vivo la mia vita con quanta più superficialità riesco…forse perchè infondo infondo sono d\’accordo con te…devo ammettere però che ho un rapporto diverso e col mio dolore e con la morte…Il primo è per me un compagno silente ma onnipresente di cui vado molto geloso… Difficilmente permetto di condividerlo, di commentarlo, di valutarlo… è il mio dolore, compagno di vita, non voglio perderlo ne abbandonarlo, e non m\’importa sia capito.La seconda invece è una realtà che preferisco illudermi di rifuggire… Tanto sò già che spetterà a lei l\’ultima parola…Ma mi piace tanto pensare che a mio modo l\’ho fottuta.T\’abbreccio brò.
Pubblicato da Indomito | 20 ottobre 2008, 17:40